Le nuove tariffe doganali introdotte dall’amministrazione Trump si abbattono sull’Italia, con una stima di impatto finanziario che può raggiungere significative cifre annuali. Secondo un’analisi del centro studi di Unimpresa, ciò potrebbe costare ad ogni famiglia italiana fino a 160 euro e complessivamente avere un peso tra 2,5 e 4,2 miliardi di euro in un solo anno. I provvedimenti statunitensi, con tariffe del 20% applicate all’Unione Europea, non si limitano a colpire le esportazioni, ma si diffondono a macchia d’olio sull’intera economia nazionale.
L’effetto domino delle tariffe sulle famiglie italiane
L’impatto delle nuove tariffe doganali è previsto non solo per le aziende esportatrici, ma anche sulle famiglie italiane. Come indicato da Unimpresa, ci si aspetta che l’inflazione subisca un incremento fra lo 0,3% e lo 0,5% su base annua. Questo aumento comporterà delle ricadute dirette sui bilanci familiari, generando un costo medio compreso tra 97 e 163 euro all’anno per le 25,8 milioni di famiglie residenti nel paese.
Ad essere particolarmente colpiti sono i settori già vulnerabili, come quello agroalimentare. Si prevede che il rincaro dei prezzi al dettaglio possa arrivare fino all’1%, aggravando ulteriormente la situazione economica già complessa di molti italiani. L’analisi ha messo in evidenza come il comparto alimentare, includendo gli effetti diretti dei beni importati dagli Stati Uniti e quelli indiretti sui prodotti italiani esportati, porterà a una spesa aggiuntiva di circa 1,6 miliardi di euro, corrispondente a 62 euro per famiglia.
Le previsioni per l’export italiano
Con le nuove misure tariffarie in vigore, l’export italiano rischia seri danni nei vari settori. Le stime parlano di un possibile calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti, che nel 2024 ammontano a 68 miliardi di euro, con una contrazione che si potrebbe tradurre in perdite tra 5,6 e 8 miliardi di euro nel 2025, pari a un decremento del 8-12%. Il prodotto interno lordo potrebbe subire una diminuzione compresa tra lo 0,28% e lo 0,4%, con le piccole e medie imprese che rischiano di sopportare il peso maggiore di queste perdite.
Le Pmi, che rappresentano il 60% delle aziende esportatrici verso gli Stati Uniti, sono già sotto pressione, dato che dovranno fronteggiare grandi sfide legate ai costi maggiorati. Si prevede che il settore delle Pmi possa subire tra il 70% e il 90% delle perdite totali derivanti dai dazi, per un ammontare che varia tra 3,9 e 5,6 miliardi di euro.
Settori chiave sotto assedio
L’agroalimentare rappresenta uno dei settori più a rischio. Nel 2024, le esportazioni verso gli Stati Uniti hanno toccato i 7 miliardi di euro, ma la previsione per il 2025 prevede un crollo di circa 742 milioni di euro, corrispondente a una flessione del 10,6%. Il vino e i formaggi sono i comparti più vulnerabili, con perdite stimate che raggiungono i 660 milioni di euro per il vino e 380 milioni per i formaggi.
Anche la meccanica e i macchinari si troveranno in una posizione difficile. Le vendite nel 2024 ammontavano a 12,5 miliardi di euro; ora si prevede una contrazione delle esportazioni già nel 2025, pari a 2 miliardi, con potenziali perdite fino a 5,8 miliardi entro il 2028.
Il settore della moda subirà un’impennata dei costi, con cali previsti dell’11,9% nel 2025, per un valore di circa 357 milioni di euro. I distretti calzaturieri marchigiani e le aziende di pelletteria toscane saranno tra le più colpite.
Infine, l’automotive, settore vitale di esportazione, potrebbe affrontare un drastico calo, con una previsione di perdita di 1,2 miliardi nel 2025 e fino a 3,6 miliardi entro il 2030.
Impatti a lungo termine
L’analisi del centro studi di Unimpresa mette in evidenza che gli effetti di questa decisione dell’amministrazione statunitense non si limiteranno a breve termine. Le ripercussioni sull’export italiano nei prossimi anni potrebbero mettere a rischio la tenuta economica dell’intero sistema. La continua incertezza e l’inasprimento delle tariffe aumentano la need di strategie concrete per mitigare le conseguenze negative, soprattutto per quei settori già messi a dura prova.
Le aziende dovranno affrontare un periodo di sfide, e la prospettiva di un’ulteriore agitazione economica costringe tutti a ripensare le proprie strategie commerciali e di approvvigionamento.