Un’importante sentenza del Tribunale di Sorveglianza ha confermato il diritto di un detenuto in alta sicurezza di avere rapporti intimi con la moglie, senza alcun controllo da parte della polizia penitenziaria. Questa decisione, che richiama il concetto di “stanza dell’amore“, è il risultato di una controversia legale che coinvolge un 44enne di origine campana, condannato per associazione mafiosa e collegato al noto clan dei Casalesi. La sentenza emessa il 26 gennaio 2024, da parte della Corte Costituzionale, sancisce un principio di fondamentale importanza per i diritti all’affettività dei detenuti.
La vicenda legale
Il caso ha avuto inizio con una richiesta formale presentata dal detenuto al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia, Elena Bianchi. L’avvocato Pina Di Credico, difensore del 44enne, ha contestato la negazione del “diritto all’affettività “, portando così alla prima approvazione della richiesta nel febbraio 2024. In questo contesto, il magistrato ha fissato un termine di 60 giorni per l’allestimento di uno spazio idoneo agli incontri nella struttura penitenziaria di Parma, dove il detenuto è ristretto. Tuttavia, le cose non sono andate come previsto.
Il 4 marzo 2024, il detenuto ha formalizzato nuovamente la richiesta, ma a un mese di distanza, il carcere ha comunicato che gli uffici superiori non avevano ancora preso una decisione. Durante il mese di maggio, la direzione ha ulteriormente rilevato l’impossibilità di fornire gli spazi necessari per gli incontri. Questa situazione ha generato una reazione tanto da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria quanto dalla Procura, i quali hanno deciso di impugnare la precedente decisione, evidenziando la pericolosità del detenuto e il suo legame con il clan mafioso, facendo riferimento anche al fratello della moglie, anch’egli con precedenti penali.
La decisione del tribunale
Nonostante le obiezioni sollevate, il Tribunale di Sorveglianza ha scelto di confermare il diritto del detenuto alle visite intime, sottolineando che i riscontri provenienti dall’osservazione penitenziaria evidenziavano un’evoluzione nel comportamento del richiedente. Il tribunale ritiene fondamentale permettere al detenuto di esercitare il proprio diritto affettivo, sulla base del principio rieducativo della pena e dell’importanza di mantenere i collegamenti familiari. Secondo la magistratura, è essenziale che la carcerazione contribuisca a reintegrare l’individuo nella società , e la negazione a relazionarsi con i familiari sarebbe contraria a questa finalità .
La decisione di riconoscere il diritto al detenuto di incontrare la moglie, pertanto, rappresenta un passo significativo nell’ambito del trattamento penitenziario e del rispetto dei diritti umani all’interno degli istituti di detenzione. Questo caso mette in luce le complesse questioni giuridiche legate ai diritti dei detenuti, in particolare nei casi in cui gli individui sono stati condannati per crimini gravi come l’associazione mafiosa. La sentenza non è solo una vittoria per il detenuto, ma suggella anche un importante precedente legale per futuri casi simili.