A Firenze, le indagini sui delitti del Mostro di Firenze, un serial killer che ha terrorizzato la Toscana tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, si arricchiscono di nuovi elementi. Diverse piste sono state esaminate, ma le autorità continuano a mantenere la ferma posizione che molte ipotesi avanzate da privati cittadini e familiari delle vittime siano state già smentite. I tragici eventi, che hanno visto giovani coppie vittime di crudeli omicidi, presentano ancora oggi zone d’ombra e una serie di interrogativi irrisolti.
Pista del “Rosso del Mugello”: avanzamento e rigetto della proposta
Recentemente, un familiare di una delle vittime ha sollevato l’istanza di riapertura delle indagini, presentando certificati e testimonianze riguardanti un individuo legato a un furto avvenuto nel 1965 all’armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo. Secondo le segnalazioni, l’uomo sarebbe stato coinvolto in un furto di una Beretta .22, un’arma che in seguito è stata utilizzata negli omicidi attribuiti al Mostro. Durante le indagini condotte negli anni Ottanta, i Carabinieri avevano già raccolto informazioni su questo soggetto, identificato adesso come “Rosso del Mugello”. Questo soprannome, tuttavia, sembra riferirsi a più persone osservate in prossimità dei delitti.
L’inchiesta ha preso piede quando sono emerse informazioni su presunti legami tra l’individuo e un magistrato che stava investigando sugli omicidi. La richiesta di comparare il DNA del deceduto con campioni raccolti sui luoghi dei delitti, in particolare quello di Nadine Mauriot e Jean-Michel Kraveichvili nel 1985, ha trovato ostacoli. La Procura di Firenze ha rigettato la domanda, sottolineando che le indagini precedentemente svolte avrebbero già escluso questa pista.
Testimonianze e avvistamenti: il puzzle del Mostro
Il termine “Rosso del Mugello” indica, secondo diversi testimoni, più soggetti avvistati nel periodo in cui sono avvenuti gli omicidi, fra cui per esempio due giovani assassinati nel 1984, Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Apertamente segnalato da un barista che ha descritto l’autore come un uomo alto, robusto, con capelli biondo-rossicci, questo avvistamento è una delle tante testimonianze confuse ricostruite nel corso degli anni.
Ulteriori avvistamenti risalgono al settembre 1985, nei giorni precedenti all’omicidio dei ragazzi francesi. Due testimoni hanno dichiarato di aver visto all’opera un soggetto di corporatura robusta e immagine familiare per le persone della zona. Un altro incontro è avvenuto il 26 settembre 1985, quando una studentessa si è trovata faccia a faccia con un uomo descritto come elegante, ma sgradevole, il quale ha menzionato dettagli sui crimini ancora non divulgati dalla stampa.
L’incoerenza delle descrizioni ha alimentato il dibattito su quali potessero essere i reali indizi riguardanti l’identità dell’omicida. Le diverse testimonianze non forniscono un quadro unico, rendendo difficile l’identificazione di un possibile sospetto.
La Beretta .22: arma simbolo degli omicidi
Nei crimini attribuiti al Mostro di Firenze, la Beretta .22 gioca un ruolo centrale. L’arma, utilizzata in ogni omicidio dal 1968 al 1985, è al centro di accertamenti. La richiesta della riapertura delle indagini ha anche posto l’accento sul furto del 1965, che ha portato alla scomparsa di un’arma identica. L’istanza ha visto un rifiuto da parte della Procura, confermando che l’arma in questione era stata in realtà sequestrata dalla Polfer di Rimini nel 1970.
Questa Beretta, di grande interesse per gli inquirenti, era stata rivenduta due anni dopo attraverso un’asta giudiziaria. Lì, il possesso dell’arma è stato documentato fino al 1990, quando nuove indagini sono state lanciate. Documenti riguardanti la transazione della pistola sono attesi dagli investigatori per comprendere il percorso dell’arma e delineare eventuali collegamenti con i delitti.
Riferimenti a telefonate anonime e analisi di testimonianze
Un’ulteriore richiesta di accesso da parte di un familiare delle vittime riguardava le registrazioni di due telefonate anonime, plurimi indizi di possibili collegamenti con l’omicida. Una delle telefonate era giunta alla Centrale dei Carabinieri la notte del primo delitto del 1984, l’altra era stata inoltrata al Pubblico Ministero Silvia Della Monica. La richiesta è stata anche questa accantonata poiché la Procura ha evidenziato l’impossibilità di consegnare reperti a privati.
Il rifiuto si aggiunge a una serie di valutazioni sulla presunta rilevanza delle segnalazioni effettuate in passato. Le autorità hanno messo in discussione la veridicità di alcune dichiarazioni fatte da testimoni, segnalando anche l’intromissione di esperti non qualificati nel corso delle indagini.
Nuovi sviluppi nel caso di Francesco Vinci
Recenti sviluppi hanno riguardato anche Francesco Vinci, un sospettato legato a un’altra pista che ha trovato una nuova vita nelle indagini. A settembre 2024 sono stati riesumati i suoi resti, rinvenuti nel 1993, in un caso che ha sollevato dubbi sulla sua morte. La vedova di Vinci, convinta che la sua scomparsa fosse una messinscena, ha richiesto che il corpo fosse riesumato per ulteriori accertamenti. Gli esami condotti sull’individuo hanno confermato la riconoscibilità dei resti a lui.
L’attenzione mediatica si è concentrata su un articolo del 1994, che raccontava di come una delle vittime, Susanna Cambi, avesse espresso a un’amica il suo timore di essere seguita da un uomo a bordo di un’Alfa Romeo rossa. Questo dettaglio potrebbe rivelarsi rilevante, aggiungendo un ulteriore strato di complessità alla già intricata trama di indagini sugli omicidi del Mostro di Firenze.