Il caso del rapimento di Sofia, la neonata rapita a Cosenza il 21 gennaio scorso, ha suscitato un acceso dibattito sulla responsabilità delle strutture sanitarie e sulla sicurezza dei pazienti. Dopo il ritrovamento della bambina, avvenuto tramite l’intervento della Polizia, la clinica Sacro Cuore ha risposto a un esposto presentato dai genitori, sostenendo di avere seguito tutte le procedure necessarie per garantire la sicurezza.
Le accuse alla clinica e la difesa della struttura
I legali della clinica Sacro Cuore di Cosenza hanno affermato che non c’è stata alcuna responsabilità della struttura nel sequestro di Sofia. Secondo quanto comunicato, il “comportamento incauto ed avventato” della madre è stato il fattore critico che ha portato al rapimento. Rispondendo alla diffida dei genitori, gli avvocati sostengono che la clinica ha seguito tutti i protocolli operativi per tutelare la sicurezza dei neonati. Hanno puntualizzato che, al momento del ricovero, la madre era stata adeguatamente istruita sulle modalità di comunicazione con il personale sanitario, in particolare con la puericultrice identificabile tramite divisa e cartellino.
Inoltre, la clinica ha sottolineato che il sistema di videosorveglianza ha agevolato l’intervento tempestivo delle autorità, permettendo il riconoscimento della presunta rapitrice, Rosa Vespa, che era stata vista entrare nella stanza della neonata con scuse non veritiere. La clinica quindi rivendica di non aver nulla da farsi rimproverare, ritenendo che siano state rispettate tutte le misure di sicurezza in atto.
L’allerta della nonna e la dinamica del rapimento
Un aspetto cruciale di questa vicenda è rappresentato dalla testimonianza della nonna di Sofia. Presente nella stanza al momento del rapimento, la donna aveva percepito una certa inquietudine di fronte all’arrivo di una sconosciuta con una mascherina. L’individuo, spacciandosi per una dipendente dell’ospedale, si era avvicinato alla neonata con la scusa di una visita. Le dichiarazioni della nonna pongono in evidenza la vulnerabilità della situazione e la necessità di una maggiore vigilanza da parte della struttura.
Questo episodio ha fatto emergere interrogativi sulla sorveglianza dei reparti e sulla gestione delle identificazioni delle persone che si avvicinano ai pazienti, in particolare ai più vulnerabili come i neonati. Se da un lato la clinica si difende, dall’altro è chiaro che ci sono lacune nella comunicazione e nella sicurezza che meritano una riflessione approfondita.
Reazioni legali e contestazioni sulla responsabilità
Il commento dell’avvocata Chiara Penna, legale della famiglia di Sofia, ha aggiunto ulteriore polemica alla questione. La Penna ha descritto la situazione come “tragicomica”, paragonando la reazione della clinica a quelle di chi colpevolizza le vittime di violenza per il loro abbigliamento. Ha espresso preoccupazione per la sicurezza degli ospiti, rimarcando che l’ospedale ha il dovere di monitorare la presenza di persone sospette, come nel caso di Rosa Vespa, che era evidentemente stata in clinica per un periodo prima del rapimento.
Secondo Penna, ci sono responsabilità contrattuali significative a carico della clinica, sia in sede civile che penale. L’avvocata sottolinea che un miglior controllo avrebbe potuto prevenire il dramma e che la mancanza di vigilanza non può essere giustificata. L’assenza di domande da parte del personale sulla presenza di Vespa, ritenuta sospetta, viene vista come un evidente errore nella gestione della sicurezza.
Questo caso, già complesso e delicato, solleva più interrogativi su come le cliniche e gli ospedali gestiscano la sicurezza dei pazienti e su quali misure debbano essere implementate per tutelare al meglio i più vulnerabili. Mentre le indagini proseguono, sarà fondamentale attendere ulteriori sviluppi sul piano legale e delle responsabilità civili e penali.