Il referendum che si terrà l’8 e 9 giugno 2025 presenta cinque quesiti cruciali, tra cui il secondo, relativo all’ambito lavorativo. Questo quesito, sostenuto dalla Cgil, propone l’abrogazione del limite massimo di indennizzo per i licenziamenti ingiustificati nelle piccole e medie imprese. A tal proposito, abbiamo interpellato due esperti in diritto del lavoro: il professor Arturo Maresca della Università La Sapienza di Roma e il professor Franco Focareta dell’Università di Bologna. Le loro opinioni divergono e offrono una visione completa sulla questione.
Le motivazioni a favore dell’abrogazione
Il professor Franco Focareta spiega perché sia fondamentale abrogare l’attuale normativa. Secondo lui, la tutela dei lavoratori nelle piccole imprese, che conta meno di 16 dipendenti, è notevolmente inferiore rispetto a quella dei lavoratori di aziende più grandi. Infatti, in caso di licenziamento ingiustificato, i dipendenti delle piccole imprese possono ricevere un’indennità che varia da due mesi fino a un massimo di sei mesi. Focareta sottolinea che questo importo è inadeguato sia per risarcire il danno subito, sia per scoraggiare comportamenti arbitrari da parte dei datori di lavoro.
Il docente, richiamando la sentenza della Corte Costituzionale, afferma che non si può basare la differenza di tutela soltanto sul numero dei dipendenti. A suo avviso, il referendum offre l’opportunità di eliminare il limite massimo di sei mensilità , permettendo ai giudici di determinare risarcimenti più equi in base a criteri come l’anzianità di servizio e la potenzialità economica dell’azienda. Questo approccio, secondo Focareta, restituirebbe un corretto equilibrio tra le tutele per i lavoratori e le possibilità di impresa, aumentando la dissuasività dei licenziamenti ingiustificati.
Le posizioni contrarie e le preoccupazioni espresse
Dall’altra parte, il professor Arturo Maresca avanza forti obiezioni contro l’abrogazione delle attuali norme. A suo avviso, il referendum rischia di mantenere in vigore un parametro che la Corte Costituzionale ha considerato incostituzionale: quello relativo al numero di dipendenti per definire le piccole imprese. Secondo Maresca, l’eventuale approvazione del quesito porterebbe a un paradosso: le piccole imprese che non avrebbero più un tetto di indennizzo sarebbero soggette a un regime sanzionatorio più favorevole rispetto a quello delle grandi aziende, per le quali esiste già una soglia di indennizzo fissata a 24 o 36 mesi.
Questa situazione creerebbe una disarmonia nel trattamento dei lavoratori e nel modo in cui i datori di lavoro affrontano i licenziamenti. Maresca pone in evidenza che un differente regime per piccole e grandi imprese sarebbe fuorviante, alimentando problematiche legate alla legittimità delle norme. Secondo lui, la Corte Costituzionale tiene conto di tali squilibri nel valutare l’applicazione delle leggi, suggerendo quindi che lasciare inalterato il parametro possa vanificare gli sforzi per una giustizia più equa nel mercato del lavoro.
Il dibattito riguardante questo quesito del referendum si profila come un momento rilevante per la definizione delle politiche lavorative e la tutela dei diritti dei lavoratori in Italia. Le opinioni espresse dai due esperti evidenziano le complessità e le contraddizioni nel sistema attuale, rendendo fondamentale un confronto aperto e informato sul futuro occupazionale nel paese.