Siamo quasi al 6 aprile, momento di ogni anno in cui la comunità di L’Aquila si riunisce per commemorare le vittime del terremoto. CaseMatte L’Aquila e FuoriGenere L’Aquila hanno lanciato una nota stampa che esprime la necessità di non limitarsi a un semplice ricordo consolatorio. Il lutto deve trasformarsi in un grido di denuncia e in un impegnativo monito: la memoria non deve mai essere un dekà puramente nostalgico, bensì una base su cui costruire una ferma promessa: “mai più”.
Il peso della memoria e delle responsabilità
Ogni anno, il 6 aprile, riporta a galla il dolore di una tragedia collettiva che ha colpito non solo L’Aquila, ma tutta l’Italia. Le parole della nota stampa evidenziano come, troppo spesso, la responsabilità venga scaricata sulla condotta individuale delle vittime, piuttosto che affrontare le questioni profonde legate alla mancanza di prevenzione da parte dello Stato. Recentemente, la Corte di Cassazione ha annullato una decisione che attribuiva colpe alle vittime, dichiarando ingiusto considerare la loro condotta come “incauta”. In un contesto in cui, si diceva, bere un bicchiere di Montepulciano in casa sarebbe stata la scelta prudente, appare surreale pensare che si sia giunti a tali conclusioni giuridiche.
Nonostante questo passo avanti, permangono le cicatrici aperte di una gestione inadeguata delle emergenze e delle azioni post-sisma. Il sistema di protezione e la pianificazione di emergenza sembrano eventi di un passato che non ha ancora trovato risposte e soluzioni adeguate. Il rischio di un nuovo disastro è sempre presente, e la memoria continua a essere riscritta attraverso una lente che ignora le responsabilità istituzionali.
Le emergenze italiane e l’inefficienza della risposta
Il recente drammatico aumento delle emergenze causate da maltempo e sisma in diverse regioni italiane riporta alla mente la fragilità del territorio. Gli eventi calamitosi che si sono verificati nei mesi passati, come gli allagamenti in Toscana e le frane in Emilia-Romagna e Liguria, mostrano un quadro desolante. In questi casi, la risposta è stata sempre sporadica e disorganizzata. Le spese sono sempre lunghe, ma i risultati mancano. La vera sfida sembra essere la pianificazione attenta e sistematica per prevenire tragedie simili.
La questione della sicurezza sui territori è fondamentale e proprio per questo occorrerebbe una visione proattiva. È necessario stare nella logica della prevenzione e non della reazione. A differenza di ciò che abbiamo visto, in cui si attende l’arrivo della catastrofe prima di agire, occorrerebbe costruire solide basi di pianificazione per ridurre la vulnerabilità dei cittadini. Perché ogni disastro che si può prevenire dovrebbe essere al centro dell’agenda politica e sociale.
Situazione delle strutture scolastiche all’Aquila
All’Aquila, sebbene siano passati sedici anni dal terremoto, la situazione educativa continua a essere problematica. Circa 3.587 studenti frequentano le lezioni in scuole temporanee, note come MUSP. Solo tre nuove strutture sono state completate, mentre molti edifici rimangono inadeguati e vulnerabili a sismi. È preoccupante che le scuole riaperte dopo il terremoto presentino ancora indici di vulnerabilità sismica allarmanti. Nel dibattito politico, spesso si sente dire che “non ci sono i fondi” per gli adeguamenti necessari.
Mentre i fondi destinati alla prevenzione scarseggiano, non si può ignorare che 800 miliardi sono stati investiti nel riarmo europeo, su cui sorgono interrogativi. Se la sicurezza nazionale è una priorità, perché non si investe nella sicurezza dei territori e delle vite dei cittadini? La storia ci ha insegnato che di fronte a un riarmo ci sono guerre e violenze, un ciclo che sembra ripetersi senza alcuna lezione appresa dal passato.
Sostenibilità e grandi opere: un binomio problematico
L’Italia affronta, oggi più che mai, una crisi della vulnerabilità sul suo territorio. Le grandi opere, come il progetto del gasdotto della SNAM che attraversa cinque faglie sismiche, pongono interrogativi sulla sostenibilità delle scelte politiche e industriali. A chi giovano queste iniziative? Certamente non alle popolazioni locali, che si vedono privare delle risorse destinate al welfare per finanziare opere che sembrano vantare più il profitto di pochi che il benessere collettivo. La costruzione della centrale di compressione del gas a Sulmona è solo un esempio di un approccio che ignora i veri bisogni delle comunità.
Il dibattito deve farsi più ampio per abbracciare un approccio che incoraggi il rispetto e la cura dei territori. La volontà della popolazione deve orientarsi verso la protezione del proprio ambiente, affinché futuro e sicurezza possano tornare a essere sinonimi di convivenza armoniosa. Posti come L’Aquila devono diventare simbolo di resilienza e capacità di rivendicare diritti fondamentali, come la salute e la sicurezza, nei conflitti tra necessità locali e interessi globali.