Stangata al clan Reale-Rinaldi-Formicola: otto condanne e oltre cento anni di carcere a Napoli

Stangata al clan Reale-Rinaldi-Formicola: otto condanne e oltre cento anni di carcere a Napoli

Duro colpo per il clan camorristico Reale-Rinaldi-Formicola: pesanti condanne per i capi e affiliati, mentre le indagini rivelano l’impatto delle prove sui social nella lotta alla criminalità a Napoli.
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Stangata al clan Reale-Rinaldi-Formicola: otto condanne e oltre cento anni di carcere a Napoli - Gaeta.it

Il cartello camorristico Reale-Rinaldi-Formicola ha subito un duro colpo da parte della magistratura campana. Dopo una serie di processi che hanno indebolito significativamente l’organizzazione, l’ultimo verdetto della Terza Sezione Penale ha portato a pesanti condanne per i membri chiave del clan. Questo articolo esplora i dettagli di queste sentenze, il contesto delle indagini e la continua crisi del clan.

Le condanne inflitte

La sentenza, che include otto condanne complessive, rappresenta un significativo passo avanti nella lotta contro la criminalità organizzata a Napoli. Mario Reale e Antonio Marigliano, considerati i capi del clan, hanno ricevuto pene rispettivamente di 15 anni e 15 anni e sei mesi. Anche i cinque affiliati – Pasquale Esposito, Vittorio Folliero, Giuseppe Savino, Vincenzo Silenzio e Domenico Gianniello – dovranno scontare dieci anni di carcere ciascuno. Inoltre, Giuseppe Milo si è visto infliggere una pena di 10 anni e sei mesi.

Un aspetto interessante è l’assoluzione di Vincenzo Vigorito, il quale è stato scagionato per “non aver commesso il fatto” grazie alla difesa degli avvocati Leopoldo Perone e Salvatore Impradice. Questo mette in luce le diversità nelle prove e le strategie legali adottate dai vari imputati.

Il maxi-blitz e il contesto del processo

L’attuale processo deriva da un maxi-blitz avvenuto nel maggio 2021, durante il quale 37 membri dei clan Reale-Rinaldi, Formicola e Silenzio furono arrestati. Le accuse principali riguardavano associazione mafiosa, tentati omicidi, estorsione e detenzione illegale di armi. La faida criminale tra il clan Reale e il clan Mazzarella ha contribuito a creare un contesto di violenza e conflitto per il controllo del territorio, in particolare nelle aree di San Giovanni a Teduccio, piazza Mercato, Porta Nolana, San Giorgio a Cremano e Portici.

Le indagini condotte dalla Squadra Mobile di Napoli si sono avvalse di intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno permesso di ricostruire un quadro dettagliato delle attività criminali dell’organizzazione. Le testimonianze dei collaboratori di giustizia hanno supplementato le prove raccolte, rivelando gli anni di tensioni e spargimenti di sangue tra clan in guerra.

La cultura del clan e l’esposizione sui social

Il “rione della 46” è stato identificato come il quartier generale del clan, dove gli affiliati si tatuavano il numero “46” come segno di appartenenza. Questa manifestazione di identità ha contribuito a cementare il prestigio del clan all’interno della comunità. Tuttavia, l’indagine ha anche evidenziato un fenomeno preoccupante: l’esibizione della propria potenza sui social media. I membri del clan condividevano post e video che glorificavano le loro attività illecite, creando un’immagine che attirava attenzione e, al contempo, esponendo i loro crimini.

Questa ostentazione si è rivelata una vulnerabilità per il clan. Le stesse prove pubblicate sui social network sono diventate elementari per le indagini, portando a una comprensione più profonda delle dinamiche interne e delle rivalità tra gruppi. Le “stese”, soprannominate sparatorie intimidatorie, oltre ai clamorosi attacchi armati con armi come l’AK-47, evidenziano non solo la brutalità del conflitto, ma anche la ricerca di dominio da parte dei clan.

Il quadro tracciato dalla ricerca giudiziaria continua a evolversi, chissà quali ulteriori sviluppi ci riserverà il futuro nella lotta contro la criminalità organizzata a Napoli.

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