Nell’ambito della sua politica commerciale, Donald Trump ha recentemente rivelato l’intenzione di applicare dazi “reciproci” su una serie di beni provenienti da diversi paesi, incluse isole praticamente disabitate. Questa misura, annunciata per il 5 aprile 2025, si è già rivelata controversa per via di errori evidentemente presenti e per le ripercussioni economiche che potrebbero sorgere. Queste decisioni si inseriscono in un complesso scenario geopolitico e commerciale che richiede un’attenta analisi.
Tempistiche dei dazi: un annuncio confuso
Il primo, evidente errore emerso dall’annuncio di Trump riguarda la tempistica di applicazione dei dazi. Durante una conferenza stampa, Trump aveva dichiarato che i nuovi dazi sarebbero entrati in vigore dalla mezzanotte subito successiva al suo intervento. Tuttavia, lo staff della Casa Bianca ha poi rettificato, specificando che i dazi del 10% avrebbero avuto effetto solo a partire da sabato 5 aprile, mentre l’applicazione completa, sui beni con un’aliquota superiore, è prevista per mercoledì 9 aprile 2025. Questa confusione ha alimentato incertezze nei mercati e negli operatori economici, che attendono di conoscere le reali modalità di attuazione delle misure.
L’equivoco tra dazi e IVA
Uno degli aspetti più controversi dell’annuncio di Trump è stata la confusione tra i dazi e l’imposta sul valore aggiunto . Già nei giorni precedenti, il presidente aveva diffuso informazioni errate, sostenendo che l’IVA europea fosse un tipo di dazio commerciale. È importante chiarire che i dazi si applicano specificamente ai beni importati e servono come strumenti di protezione del mercato interno. Al contrario, l’IVA è una tassa generale applicata a tutti i beni e servizi venduti all’interno di un paese. Questa misconcezione ha influenzato la narrazione del presidente, contribuendo a un discorso economico privo di fondamenti solidi.
L’errore sui dati del disavanzo commerciale
Trump ha giustificato l’imposizione di dazi con il disavanzo commerciale che gli Stati Uniti accusano nei confronti dell’Unione Europea, stimato in 236 miliardi di dollari per il 2024. Egli sostiene che gli Stati Uniti importano più beni dall’Europa rispetto a quelli che esportano, ma ha trascurato di menzionare che il deficit è già parzialmente compensato dagli investimenti europei in titoli americani, superiori rispetto agli investimenti americani in azioni europee. Tralasciando questi dettagli, l’analisi economica di Trump risulta incompleta e fuorviante.
Dati sull’aliquota tariffaria non veritieri
Nel suo intervento, Trump ha affermato che l’Unione Europea applicasse dazi pari al 39% sui beni americani, un dato che risulta completamente infondato. Secondo la Commissione Europea, gli scambi commerciali tra Stati Uniti e UE mostrano che l’aliquota media tariffaria si attesta attorno all’1%. La confusione nasce dal fatto che il presidente ha sommato le tariffe con l’aliquota media dell’IVA, che è intorno al 22%, senza considerare le reali dinamiche commerciali. Inoltre, l’errore matematico si evidenzia anche nel fatto che, se l’UE applica dazi del 39%, i dazi americani dovrebbero essere del 19,5%, e non del 20%.
Le ripercussioni sui mercati e l’economia
La reazione immediata ai nuovi dazi ha avuto un impatto negativo immediato sui mercati finanziari. Le borse hanno registrato un crollo significativo, con il Dow Jones che ha perso il 3,98% e il Nasdaq il 5,97%, mentre Milano ha visto una flessione del 3,6%. Queste fluttuazioni hanno portato ad una revisione delle previsioni di crescita globale. La Federal Reserve ha abbassato le stime di crescita del PIL statunitense all’1,7%, rispetto al 2,1% precedentemente previsto. L’innalzamento dei dazi è atteso per causare un incremento del costo dei beni importati, contribuendo così a un tasso d’inflazione che potrebbe superare il 4%.
Trump stesso si è mostrato consapevole dei potenziali shock iniziali, prevedendo un successo futuro per gli indici di borsa dopo un primo crollo. Tuttavia, le aziende americane, molte delle quali producono in Asia, rischiano un danno diretto, con l’aumento dei costi di produzione e importazione. È probabile che i consumatori si troveranno a dover affrontare prezzi più elevati nei negozi, derivanti dall’aumento dei costi di produzione e dalla necessità di compensare le spese per la manodopera.
Un’ulteriore conseguenza dei dazi è la ricerca di nuovi trattati da parte di altri Paesi. Trump ha utilizzato i dazi come una leva negoziale, portando le nazioni a considerare relazioni commerciali alternative. L’Europa, da parte sua, ha cominciato a esplorare nuove opportunità per ridurre l’impatto economico causato dai dazi americani. Settori come quello automobilistico e manifatturiero in Italia vengono colpiti in modo particolare, alimentando i timori di un deterioramento del mercato e possibili conseguenze negative su occupazione e PIL.
In un contesto economico globale caratterizzato da incertezze, è evidente che le decisioni di Trump potrebbero avere effetti duraturi e complessi che meritano di essere monitorati con attenzione.